The Quiet Desperation


Il linguaggio
“Good Food”. L’insegna del pub dove ceno stasera è il vero biglietto da visita di un paese dove anche la lingua si è sviluppata per favorire una comunicazione semplice, scarna, immediata. Solo “buon cibo” quindi, senza alimenti declinati al singolare come se fossero l’ultimo superstite della loro specie o descrizioni che anticipano i piaceri del paradiso per decantare un piattino con tre ravioli e un moccolo di salsa. E buon cibo è, tanto è vero che ci vado due sere di seguito azzerando la riserva di birra analcolica che era intatta dal 1973. Patate fritte, ryb eye, funghi arrostiti, anelli di cipolla. Buon cibo. Punto.

Il potere ed il sapere
College, chiese, università, ancora chiese. Nelle strade di Cambridge, percorse da migliaia di biciclette che spuntano all’improvviso prendendoti di sorpresa, tra la moltitudine di ragazze, tutte rigorosamente con gonnelline cortissime, calze e scarpe basse e di ragazzi in canottiera e shorts nonostante la temperatura ancora invernale, si respira l’aria del potere.
Fra luoghi di culto e biblioteche, fra aule e chiese non c’è praticamente nessuna differenza architettonica. In questa terra la religione si è subordinata al potere del sovrano ed è diventata strumento di unità ed acceleratore. Il Cristo inglese è meno umile del nostro. Egli guarda di buon occhio gli uomini che lo santificano con il lavoro e con il guadagno che ne consegue. Qui, quando qualcuno si presenta su un palco a parlare, declama subito il suo “background” che non sono i titoli di studio, le onorificenze o gli incarichi pubblici, ma quello che “ha inventato”, “ha prodotto” ed anche e soprattutto quanto ci ha guadagnato. Sì, perché qui guadagnare (magari molto) facendo cose e rendendo la vita migliore per tutti, non è una vergogna. La gente ti guarda e ti dice: “l’anno scorso abbiamo fatto sette milioni”. Applausi.
Così nei college e nelle università si studia non per amore del sapere, ma per diventare capaci di forgiare il futuro. Nelle chiese, poi, ci si stringe gli uni agli altri realizzando il vero miracolo britannico: un paese di assoluti individualisti in grado di mobilitarsi come un formicaio quando necessità chiama.

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The Future
Nel giro di cinque anni il numero di oggetti connessi in rete aumenterà di un ordine di grandezza. Avremo termostati che parleranno con centrali termiche, centrali termiche che ordineranno automaticamente carburante e pezzi di ricambio, magazzini che azioneranno robot per inscatolare e spedire i pezzi di ricambio, spedizionieri convocati automaticamente e inoltre semafori, mezzi di trasporto, telefoni, tablet, caffettiere, sistemi di allarme, rilevatori di presenza, camere a circuito chiuso, bidoni della spazzatura col microchip (giusto per fare contento qualcuno) persino dispensatori di sapone connessi a router via bluethoot per avvisare l’inserviente quando il sapone è finito. E tutti questi oggetti produrranno una mole sterminata di dati dai quali si potranno trarre statistiche in tempo reale, strategie di efficientamento, marketing predittivo. I famosi Big Data. Partecipo ad un seminario dove si definiscono filosofie, tecniche e strategie su questo che è stimato il business dirompente dei prossimi venti anni. E sono l’unico italiano presente.
Li vedo scherzare, battersi pacche sulle spalle, gli brillano gli occhi all’idea dei quattrini che faranno. Il loro Cristo sarà contento. Anche il nostro che, in fondo, ci preferisce contriti, poveri, umili e penitenti.

The quiet desperation
Sono seduto di fronte alla finestra della mia camera. Ho preferito un Bed & Breakfast al solito albergo squallido ed anonimo ed ho fatto bene. Liz è distaccata, ma gentile. Perfetto, odio l’invadenza. Fa un espresso migliore di quello che bevo a casa mia, cucina una splendida colazione e la stanza è quella tipica delle vecchie case inglesi. Cuscini e soprammobili che io accumulo da parte per trovare un po’ di spazio per scrivere.
Sotto c’è la hall della “unitarian Church”. Dalle larghe finestre di vetro piombato si vedono ballare delle donne molto anziane al ritmo di una musica celtica. È uno di quei balli dove si saltella con le mani sui fianchi lungo un percorso che passa tra altri ballerini che si limitano a battere le mani. Dovrebbe essere una cosa divertente, ma non vedo sorridere nessuno.
Nel pomeriggio ho ascoltato una messa cantata nella cappella di un college. È stata un esperienza poco gioiosa e molto intima. Il ballo e il “chorus service” si somigliano molto. Sembra che nell’imperiale solidità di queste mura gotiche alberghi una quieta disperazione tipica di chi cerca la felicità in terra e si avvicina alla morte consapevole che si tratta di un’irreversibile cesura.
Forse sperando in una vita ultraterrena si sopravvive con maggiore leggerezza. Qui, la vecchiaia ha il tono triste del commiato. E questo, io che sono un uomo di scienza, è un dato che non posso ignorare.