La Democrazia della Conservazione


La storia ci racconta che, in passato, le grandi svolte della storia, quando non sono state nella mani di grandi condottieri, sono state affidate all’impeto della rivolta popolare. Le cronache sono piene di consultazioni plebiscitarie o sollevazioni che hanno scardinato l’ordine costituito e precipitato le nazioni in avventure che non sempre hanno condotto a fulgidi destini. Il nazismo e la rivoluzione russa, ad esempio, hanno avuto bilanci pesanti mentre la dichiarazione d’indipendenza americana e la rivoluzione francese hanno condotto a risultati oggi considerati più benevolmente.

In ogni caso, quando il corso del destino è passato per le mani del volgo è quasi sempre stato deviato in direzione dell’avventura romanticamente più “progressista” quella che col sacrificio dello status quo spianava la strada al “sole dell’avvenire” senza star troppo ad indugiare su considerazioni economiche, finanziarie o di opportunità. E’ evidente che l’indice di gradimento per la “rivoluzione” è pesantemente condizionato dallo stato di indigenza di coloro che sono chiamati ad esprimere la propria volontà o attraverso votazioni o per tramite di attacchi alla Bastiglia. Gente che non ha molto da perdere investe nel futuro con maggiore leggerezza dei conservatori che nel presente hanno potere, proprietà e cariche.

Per cui, la tendenza ormai dilagante per la quale ad ogni consultazione popolare sta prevalendo la scelta più “adulta” o “moderata” rispetto a quella idealista viene interpretata dallo studioso di comunicazione e fenomeni sociali come la dimostrazione che nel mondo occidentale si è raggiunto un consistente equilibrio tra chi possiede tantissimo e chi possiede quel tanto da ritenersi tranquillo. A parte casi eccezionali, la gente non è avida in assoluto. Se è posta in una fascia di condizione corrispondetene alla classe medio-bassa del mondo occidentale si contenta e comincia a votare come i conservatori. La democrazia, in una certa “zona di benessere”, inizia a diventare uno strumento di difesa del privilegio invece che una spinta all’eliminazione dello stesso.

d93d51f2-b5f9-47bf-b32f-f7159913e7a9-532x720Per cui, la vera arma di soppressione del terrorismo o delle rivolte che agitano il mondo islamico non è quella delle incursioni aeree o degli interventi militari di terra, ma il trasferire opportunamente alle popolazioni che vivono in quelle regioni un’idea di privilegio della loro condizione che li spinga a rifiutare la guerra santa considerandola pericolosa per lo status e limitativa delle proprie possibilità di godimento. Le tempistiche per l’inizio di questa offensiva psicologica sono fortemente condizionati dalla indisponibilità infrastrutturale di vie di comunicazione di massa: giornali, reti di comunicazione dati e terminali di ricezione. Per cui, prima di scatenare l’attacco, come in ogni buona operazione militare, andrà preparato ed infrastrutturato il campo di battaglia.

Del pericolo della democrazia conservativa sono pienamente edotti anche gli “avversari”. Ne è prova la cura con la quale sono realizzate le comunicazioni video diffuse tramite i canali di informazione occidentali. E’ evidente che è in atto una tecnica anticipativa di penetrazione il cui scopo è quello di ammantare romanticamente azioni fortemente deprecate dall’etica occidentale, ma percepite su un’altra lunghezza d’onda da chi vive secondo altri valori e canoni sociali-religiosi.

Nella guerra del terzo millennio volano pallottole invisibili e i ninja non usano la spada, ma la sottile ed impercettibile arma della paura e della persuasione.